14 dicembre 2011

Rébecca Dautremer, io e il vento nella gonna rossa.


Piove sul tetto e mi riscaldo di caffelatte rannicchiata sul divano verde scuro. La casa è già vuota di ragazzi sparsi ormai sugli autobus. Ringrazio il cielo che il tempo della scuola sia finito per me. Ronzio di computer, fusa dei gatti, qualche auto attutita in lontananza. Mi prendo cura di me. Ho imparato a farlo, come si impara un ricamo prezioso, pungendosi le dita. Passerà, mi sussurro a voce bassa. Intanto per riscaldarmi le spalle dell'anima mi prendo con me sul divano dei libri illustrati, una delle cose che fanno riemergere in un attimo la bambina che è in me. Come toccare l'erba dei prati, mettere le mani nella terra, far sciogliere la neve in mano.

Rébecca Dautremer è nata in Francia, ive a Parigi con i suoi tre figli e il marito.

So quasi nulla di lei, se conoscere una persona è avere dati anagrafici e conoscere dettagli pratici della sua vita. Se invece conoscerla è respirare la sua stessa armonia di colori e folle perdizione nella fantasia, la conosco. Bene.

Le sue illustrazioni sono un lenitivo per il mio cuore. Sul comodino, sotto a libri impegnati e di quelli di cui parlare alla cene, sotto a tutto, con la costa un po rosicchiata dal mio cane, c'è il suo libro delle principesse.

Il colori mi avvolgono, sprofondo nelle gonne immense e nelle densità pesante e lievissime delle sue materie disegnate. Acquerelli, digitale, pennini, non importa. La presenza fisica di questi disegni mi invade, l'onirica ricerca mi porta via. Mi alza in volo, dandomi una mano, e mi porta lontano, spettinata e libera di amare come so amare io, e di essere come sono io e come mi sono trovata. Libera, pesante, leggera, spettinata, profondissima e spaventosa. Liquida e immensa. Mi amo attraverso certe curve di questi disegni, e non posso fare altrimenti. Sono questa qui, ancora artigliata ai sogni, ancora dolorante quando me li portano via, gli uomini della realtà.

Così spesso mi sento di un altro mondo, mentre la vita mi passa attraverso io non riesco ancora a farmi la scorza dura come vedo intorno a me. Questi rossi della terra, questi magenta dell'amore, mi entrano negli occhi e odorano del mio modo di sentire le cose.
Mi sento come la donna cannone della canzone, pesantissima e intensa, tanto da lasciare crepe sul pavimento che attraverso, ma inspiegabilmente attratta verso l'alto, verso l'aria ventosa e fresca, e le possibilità irrazionali come un panorama visto dall'alto di una collina solitaria. E così con una gonna immensa riesco a volare appesa a un filo sottilissimo che tengo tra le dita. E mi sembra che tutto sia possibile, e l'aria mi espande il respiro e mi sembra che amare sia l'unica cosa che so fare e che, finalmente, volando, sto facendo.

Poi gira il vento, il filo sembra sparire, spalanco gli occhi e lo cerco svolazzante con lo sguardo, tutti intorno a me annuiscono, tutti sanno. Il vento sbatte la gonna svuotandola d'aria, mi accorgo d'esser a mezz'aria, con le trecce scomposte di ricci e il mio volo rallenta, si ferma quasi. E tutto sta per succedere, tutto sembrava previsto, e io ero aperta e liquida e ariosa, e ora invece che mi guardo intorno...

1 commento:

  1. che meraviglia ! non la conoscevo! adesso te la rubo...... <3

    RispondiElimina